Giorgio MORANDI

 


(Bologna 1890 - 1964)


Fiori, 1950


Olio su tela
cm 22,7 x 19,7


Firmato in basso al centro: Morandi


Provenienza:
Collezione Corradi, Imola; collezione Fontana, Ravenna; collezione privata.


Bibliografia:
Lamberto Vitali, Morandi, catalogo generale, volume secondo, 1948-1964, seconda edizione, Electa editrice, Milano, 1983, n.701

Descrizione

Genere solo apparentemente minore nella pittura di natura morta di Morandi, i suoi Fiori costituiscono forse il livello più alto che la pittura di carattere lirico abbia toccato in Italia.

Morandi fin dagli esordi fu attratto da questo soggetto, come attestano i Fiori del 1916, un dipinto che la critica correlò subito ai Fiori 1895 - 1900 di Henri Rousseau, il Doganiere: in ambedue le opere i fiori sono posati in un vaso, nella scarna scena di un piano di tavolo su fondo unito Morandi, con tenda leggera quello di Rousseau.

Si sa che i fiori non sono un soggetto così facile come sembra, anche se uno dei più praticati nell'uso della pittura commerciale. Esempi straordinari nell'Ottocento sono i bouquet di fiori di Edouard Manet, non solo lo stupendo mazzo scartato nel bianco che la domestica nera mostra al centro dell'Olympia, 1863, ma piuttosto gli intimi fiori del Bouquet de violettes et eventail, 1872, e Roses et lilas, 1882-83, questi sì veri antenati dei Fiori di Morandi e non a caso si tratta dei dipinti di Manet, che guardava molto agli spagnoli, più prossimi alle nature morte settecentesche di Jean-Baptiste Siméon Chardin, veri modelli, con quelli di Cézanne, per il lavoro di Morandi.

Il modo di Morandi di guardare ai fiori era quello, come per le bottiglie e i paesaggi, di ritrovare nel microcosmo le tracce delle leggi universali che regolano la forma. Anche Pierre-Auguste Renoir ha dipinto dei fiori splendidi, ma il suoi tripudio di luci e colori pare lontano da quello tonale di Morandi e sembra aver influenzato ben maggiormente la pittura di Giorgio de Chirico.

Questi Fiori del 1950, raccolti con grande e lirica umiltà in un vasetto di porcellana a piccolo lambicco, vengono dopo la serie dei fiori del 1949, in cui le roselline erano raccolti in vasi a forma di anforina senza anse.

In ambedue i gruppi di fiori Morandi usa la luce crepuscolare e non diffusa, come nelle nature morte di bottiglie e vasetti cilindrici, quelli di cartone dell'ovomaltina che il pittore verniciava a mano accordandoli ai suoi toni di colore, una luce che la critica ha definito quale memore degli altissimi esempi di Piero della Francesca. E' questo andare indietro di Morandi alla grande pittura dei secoli passati che ha fatto scrivere a Cesare Brandi: "con Morandi, e di botto, la tradizione pittorica italiana dell'Ottocento veniva troncata: una nuova tradizione, formale questa volta e non genericamente pittorica, nasceva" (Cesare Brandi, Morandi, Editori Riuniti, Roma, 1990, p.77). Eppure il lirismo di Morandi sembra parente stretto di quella vitale vena lirica che attraversa tutta la poesia italiana da Leopardi a Eugenio Montale.


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