Libero ANDREOTTI Antonio MARAINI Romano DAZZI

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Dei tre, nessuno proviene da un percorso di formazione di tipo accademico. Tra loro la figura di Ugo Ojetti, nato a Roma nel 1871, narratore, giornalista, critico d’arte.

Ojetti è un convinto sostenitore della necessità di rinnovare l’arte italiana guardando al modello della sua grande tradizione. Nel giugno del 1920 pubblica il primo numero di Dedalo, tribuna letteraria di quelle sue teorie così prossime al concetto di “ritorno al mestiere” che a Roma andava in quegli anni elaborando il gruppo di artisti e intellettuali vicini a Valori Plastici, la rivista di Mario Broglio. La sua soluzione autarchica al problema dello svecchiamento dell’arte italiana, fondata sulla supposta supremazia della nostra civiltà rinascimentale, lo pone però anche in linea con le pulsioni nazionaliste del fascismo di Benito Mussolini, che di lì a poco prende il potere. Ojetti diventa in breve uno degli uomini di punta del nuovo regime, onnipresente nelle commissioni di ammissione alle mostre e ai concorsi più importanti, dei quali è in grado di orientare le scelte.

Godere della stima e della protezione di Ojetti significa per un artista entrare nel cono di luce che circonda l’arbitro riconosciuto della cultura del tempo: un onore immenso che può però rivelarsi anche un pesantissimo onere.

Le opere in mostra documentano largamente il modo in cui ciascuno dei tre artisti reagisce alla fortissima volontà del critico di orientarne le scelte artistiche e, sotto gli occhi del visitatore, prende forma il racconto di quattro destini che si intrecciano con sviluppi non sempre prevedibili.

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