Attilio SELVA

(Trieste 1888 - Roma 1970)


 Medusa, 1916 - 1921 c.


Gesso patinato
Misure: h. cm. 48,5; base cm. 17 x 17


Inedita       

Description

Come conferma il monogramma “AS” inciso all'interno della base, questa testa di  Medusa si deve alla mano dello scultore triestino Attilio Selva.
Il soggetto prescelto tratta della testa di Medusa – o Gorgoneion –  la quale, come è noto, nonostante Perseo l'avesse decapitata aveva il potere di pietrificare chiunque le avesse incrociato lo sguardo.
Per le caratteristiche formali, pur in assenza di data, l'opera può essere ricondotta  alle prove realizzate tra il 1913 e il 1921, quando il giovane scultore ha già ampiamente superato le influenze tardo simboliste della plastica del suo maestro, il torinese Leonardo Bistolfi (Casale Monferrato (AL) 1859 – La Loggia (TO) 1930), ed è ancora molto affascinato dal fare grandioso di Ivan Mestrovic (Vrpolje 1883 – South Bend (Indiana) 1962), le cui sculture aveva avuto occasione di apprezzare a Roma nel 1911, visitando il Padiglione Serbo all'Esposizione Universale.
Infatti, se gli insegnamenti di Bistolfi sono ancora ravvisabili nell'inclinazione della testa, che è leggermente rivolta verso il basso, nell'impianto generale essa è costruita con piani larghi e chiaroscuri decisi, già tendendo, l'artista, a quella monumentalità che costituirà negli anni successivi la propria cifra stilistica, il cui esempio più noto è Enigma (1918 – 1919). 
A tale conclusione porta anche l'osservazione della patina di colore bruno scuro con rade tracce di pigmento dorato - che sembra molto simile sia a quella dell'Idolo (1913 c.) che, ancora, di Enigma (1919 c.) 
Data la mancanza di documenti attestanti l'attività giovanile dello scultore, può essere utile ricordare alcune opere coeve, con le quali questa scultura dimostra di avere significative affinità. In particolare con due ritratti delle sorelle Toppi: il Ritratto di Berta (1918 circa) e, ancor meglio, con il Ritratto  di Natalina (1917), la giovane moglie. Come nell'opera in oggetto, anche in essi Selva non cade mai nell'aneddotico. Perfino nella capigliatura, spesso semplificata fino a rischiare il decorativo; invece i loro volti sono modellati con sicurezza e maestria e possiedono la medesima immobilità come di idoli.
Anche La Medusa è intrisa della medesima cadenza. Selva sceglie di rappresentarla apparentemente inoffensiva. Forse ha appena colpito o, forse, lo farà tra un istante; una mano invisibile l'afferra per i capelli, il suo sguardo è abbassato e i serpenti sono momentaneamente acquietati. Tutta l'attenzione dello scultore è focalizzata sugli occhi semichiusi, dal taglio obliquo e inquietante (che ricorda le orbite vuote del già citato Idolo),  sul profilo, che sembra tratto da una scultura greca, e sulle arcate sopraccigliari affilate come lame. Il soggetto gli offre il pretesto per cimentarsi in un complicato gioco di forme, con i capelli a forma di serpenti nei quali la luce si impiglia, creando masse scure e chiare che contrastano con il volto austero.
Monumentale e ieratica, questa potente testa si allinea perfettamente alle opere sopracitate. Attilio Selva era capace sia del “fare grande in scultura” (1) quanto, nello stesso tempo, di cogliere le caratteristiche fisiognomiche del soggetto. Una dote apprezzata dalla critica già nel 1914 - quando a 26 anni presenta alcune teste e due nudi femminili all’Ottantatreesima mostra degli Amatori e Cultori di Belle Arti a Roma - e  nel 1915, quando prende parte alla Terza Esposizione Internazionale d’Arte della Secessione, con Ritmi, Raccoglimento e Idolo, tre opere di forte impatto e carica innovativa, che sollecitano l'immediata spaccatura della critica la quale, da una parte gli rimprovera  di essere  “mestrovicciano” e “tedeschizzante”, mentre dall'altra ne accoglie con entusiasmo le novità formali.
Esemplare è la critica di Antonio Maraini, il quale nel 1915 annovera Selva tra le rivelazioni della mostra, e scrive parole che potrebbero attagliarsi molto bene anche alla Testa di Medusa in oggetto: “Uno stile sodo e conclusivo dal quale la forma acquista  ampiezza e determinazione tutta sculturale.  Le masse circoscritte in contorni netti si adagiano con un potente senso di voluminosità, distribuiscono con ricco gioco le ombre e le luci; le ossa affiorano sotto la pelle solidamente e la carne le riveste con un largo tondeggiare di forme. Con questa bella plasticità tecnica Selva ha introdotto nella composizione un serrato senso architettonico. Egli compone le sue statue lungo degli alti piani rigidi e dà così ad esse un senso arcaistico, una impostatura monumentale. ” (2).

  1. Massimo De Sabbata, Sul far grande in scultura. Episodi monumentali del primo Novecento Arte nel Friuli Venezia Giulia, 1900 – 1950, Trieste, Stazione marittima dicembre  1981 –febbraio 1982, catalogo della mostra, Pordenone 1982, pp. 282 – 283
  2. Antonio Maraini, Il re inaugura la mostra della Secessione a Roma. I giovani, in “La Tribuna”. Roma 4 aprile 1915. 

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